ALTO MEDIOEVO


Non abbiamo notizie di Castro intorno al Mille …

Nell’alto medioevo in numerosi documenti, invece, appare nominato e dal contesto di essi ci è permesso conoscere la sua esatta ubicazione in perfetta corrispondenza con l’attuale centro storico.

E’ del 1097 la più antica testimonianza di cui disponiamo e la traiamo dall’Ughelli (I. 1390-1391) che riporta la conferma al vescovo di Veroli, Alberto, delle terre di sua giurisdizione da parte del sommo pontefice Urbano II ed elencate in ordine di successione topografica: «… Castrum, Montemnigrum,

Fabrateriam…», da essa si deduce che Castro era, appunto, dove è oggi: precedeva Montenero, che, a sua volta era seguito da Falvaterra, così pure nei numerosi atti di investitura o di conferma, fatti da successivi Pontefici, un tale succedersi dei nomi resta invariato nel tempo come per indicare l’itinerario da seguire nelle «sacre visite» alle quali il Vescovo era tenuto.

Un’altra indicazione significativa ed utile alla nostra indagine: Montenero era stato e restava un’entità ben distinta da «Castro».

In quest’epoca il castello di Castro non risulta concesso in feudo ad alcuno dei Signori che tenevano già gli altri della contrada: Castro era e fu, infatti, ritenuto direttamente della Sede Apostolica in proprio, quale Castellania della Chiesa, come, Lariano, Fumone e altri: tale «status» cessò definitivamente quando per sopravvenute circostanze, che vedremo, entrò a far parte dei domini di successivi feudatari fino ai Colonna che lo tennero con alterne vicende fino al 1816, quando per l’avvenuta definitiva abolizione dei privilegi feudali il principe Filippo, terzo del nome, rinunziò espressamente ad essi conservando però la semplice proprietà dei beni, che più tardi fu venduta alla famiglia Ambrosi.

Ma dei rapporti di Castro con i Colonna parleremo esaurientemente in seguito.

Apprendiamo che nel 1128 fu per breve tempo Signore di Castro Guidone dei Conti di Ceccano, al quale successe il conte Landolfo; alla sua morte i figli lo restituirono alla Chiesa, allora governata dal pontefice Lucio III.

Il Muratori (Annali d’Italia) annota che il Papa Eugenio III (Pisano – 1145-1153) ai dì 10 di Maggio del 1151 andò a Castro, poco lungi da Ceccano, e vi dedicò la Chiesa di S. Croce, in quello stesso tempo si recò a consacrare quella di Casamari, presso Veroli, donde ritornò a Segni e vi dimorò a lungo.

L’Ughelli (O. c.) aggiunge che fu presente alla cerimonia in Castro il vescovo verolano, Leone II, ma dissente di poco per la data che fissa al 22 aprile dello stesso anno. Della chiesa di S. Croce parleremo in seguito.

Nel 1164 Castro fu incendiata da Guglielmo di Sicilia, ma le truppe di Federico I Barbarossa, al comando di Cristiano di Magonza e di Gotellino lo riconquistarono; tornato ad allearsi il papa Alessandro III, con Guglielmo di Sicilia, l’esercito di questi sotto il comando di Gilberto di Gravina e di Riccardo di Sessa risalirono per la Campania togliendo agli imperiali di bel nuovo con Castro, Prossedi, S. Stefano e altre Terre.

Abbiamo accennato che i figli di Landolfo di Ceccano l’avevano restituito al Papa: a Lucio III, però, era presto succeduto Urbano III, milanese, che aveva nominato Lauterio, suo concittadino, Rettore di Marittima e Campagna; venuto a morte Urbano, Lauterio pensò di ritornare a Nord e senza attendere l’esito del Conclave affidò, per quel che ci interessa, Castro e Lariano – Castellanie – a

Giordano abate di Fossanova, anche lui dei Conti di Ceccano e forse già intermediario presso i suoi per ottenerne la bonaria restituzione. Giordano ne divenne depositario e nel 1187 effettuò la restituzione di essi nelle mani del Pontefice Clemente III.

Bene aveva previsto Lauterio perché altri tre Papi si erano succeduti in quel breve periodo, regnando tanto poco ciascuno che nessuno dei tre era riuscito a rimettere ordine nelle province dello Stato duramente sconvolto.

E non si creda che in quel lasso di tempo la nostra regione sia stata lasciata tranquilla: «Hoc anno (1186) venit rex Henricus filius Federici Imperatoris et subjugavit totam Campaniam, praeter Fumonem et Castrum (le Castellanie), Ferentinum obsedit per novem dies et ivit super Quarcinum» ci narra la cronaca di Fossanova (Muratori O.c.). Lo stesso Enrico fu ospitato per alcuni giorni «presso Castro» (per novem dies in pede Castri) da Riccardo di Ceprano che rappresentava Riccardo del-

l’Aquila , che lasciò i suoi beni alla Chiesa quando venne a morte. (ivi). Dovè essere sollecitamente restaurato Castro dei danni patiti se nel 1208 il grande pontefice Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni ) recatosi nella Badia di Fossanova e da qui a S. Lorenzo (odierna Amaseno) potè, proseguendo, pernottare a Castro, come del resto aveva fatto a S. Lorenzo, e farà poi a Ceprano.

Meta del suo lungo viaggio S. Germano (odierna Cassino) donde, visitata quella Badia, per Ferentino tornerà a Roma come ci assicura il Muratori nei suoi Annali d’Italia.

Una tradizione appresa dai nostri vecchi addita nell’antica casa Garofali, poi Girolami-Giulianelli (rinnovata), nelle adiacenze dell’attuale Piazza delMunicipio, il luogo dove avrebbe pernottato quel pontefice…

L’alto, ampio portale in pietra, a bugni, la fa ritenere un’abitazione decorosa anche oggi, mentre resti dell’antichissima costruzione, sempre in pietra a vista, sono ben visibili sul lato della casa stessa su via Porta di ferro.

Altra «depopulatio» subì questa terra ad opera di Ruggero de Aquila nel 1216, quando salito al potere Onorio III lo Stato della Chiesa ebbe a subire occupazioni e soprusi da parte dei vari protagonisti che si disputavano il predominio delle regioni d’Italia.

Nel 1231 troviamo ricordato Castro in un Breve, datato 11 Aprile di quell’anno, con il quale Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni) confermava ad un «Ambrosio» suo «Scrinario et Familiari omne Tenimentum quod est in territorio Castri positum» (2).

Dal che si deduce che la concessione «in feudum directum», cioè senza alcun obbligo di particolari prestazioni alla Chiesa Romana, era limitata a tutto un comprensorio che abbiamo giusti motivi di identificare con il colle stesso su cui poggiava la Rocca di Castro, ad esclusione di questa — Castellania sempre della Chiesa —, mentre dal contesto del Breve in esame emerge tutta l’importanza del «tenimentum» per la sua stessa ubicazione, già concesso da Onorio III all’attuale investito — donde la conferma di Gregorio — mentre ancor prima aveva appartenuto al fratello stesso del Papa «Joannes Sprecainimici…» (cfr.Zappasodi —Storia di Anagni) (3).

Castro, se ne deduce, malgrado le periodiche e ricorrenti distruzioni, era considerato dalle autorità pontificie un valido elemento per la difesa del confine dello «Stato»; lo stemma di Castro in uso presso questa comunità dai tempi più remoti reca, infatti, la corona marchionale quale spetta alle contee di confine denominate appunto Marche (donde marchesati) fin dai tempi dei Franchi.

Sullo scudo , un torrione, al naturale, sormontato da due piccole torri spicca una figura muliebre che, dall’emblematica bilancia e dal motto che la accompagna: «Fraudes dirimit», si qualifica per la Giustizia. Come il torrione anche il resto è tutto a colori naturali. Il Gonfalone è blu.

Può leggersi in «Chronicon Fossaenovae» (Ferd. Ughelli-Tom. X. di Italia sacra (Anectoda Ughelliana): «Decimo Kal. Juni tempore Domini Innocentii Papae (1216) venit Comes Rogerius de Aquila (Signore di Fondi) cum exercitu suo in territorio Ceccano, devastavit etc. …et sic rediendo hospitatus est in territorio Castri. Alio die coepit reverti Fundum et Dominus Joannes de Ceccano insecutus est eum etc. …et D. Joannes de Ceccano cepit de exercito suo Robertum de Aquila patruum Comitis cum septuaginta Militibus etc…».

Il primo impatto, si dà come qualche scrittore, avvenuto all’«Osteria di Castro» da dove Giovanni inseguì Ruggero fino a Vallecorsa  (via pié di valle detta «Cerqua ròssa») facendo prigionieri e preda.

Un’altra notizia che riguarda forse più Montenero, ma sta a confermare in che zona «nevralgica» si trovasse Castro e il territorio circostante la troviamo in un episodio avvenuto nel 1256, quando a causa della perdurante contrapposizione della Chiesa all’Impero il Signore di Pico Riccardo di Montenero, (partigiano del Papa ), permise il passaggio sul suo dominio a Riccardo di Cornovaglia, venuto al seguito del Re d’Inghilterra chiamato da Alessandro IV (Rinaldo dei conti di Segni) in suo aiuto contro il Re Manfredi. Doveva essere assalito il «Regno» ma il Cornovaglia, giunto sotto Roccadarce, vistala ben munita e pressoché imprendibile, abbandonò l’impresa: sappiamo che la buona stella

momentaneamente arrisa a Re Manfredi costò al Signore di Pico il suo dominio e l’esilio… .

Abbiamo detto che Castro (con Lariano) erano tornati in possesso del papa e la castellania restaurata; sappiamo dal Martinori che nel 1263 essa era stata affidata alla custodia del castellano Nicolò di Anagni, (poi Vescovo di Sora): quindi un chierico munito di «mixtum imperium», al quale si può attribuire la ristrutturazione della Chiesa fuori le mura di Castro dedicata a S. Nicola vescovo di Mira, ma detto per il culto particolare tributatogli dalla città pugliese «di Bari». In molte altre terre del Lazio S. Nicola aveva chiese suburbane essendo considerato custode delle porte.

Di altri due castellani ci viene tramandato il nome: Berardo di Trevi e Giordano di Terracina che si successero negli anni 1263 e 1264, forse questo importante incarico apriva la carriera dei titolari a nuove cariche di maggior prestigio e pertanto la loro scelta era fatta dal Pontefice in persona, come ci fanno fede anche le lettere di Benedetto XII, che da Avignone, nell’anno 1336 prima di aderire alle richieste dell’anagnino Stefano Picalotti, che tale investitura aveva sollecitato per la castellania di Castro, inviava al governatore di Marittima e Campagna De Vintron perché ne accertasse la fedeltà e competenza (5).

Non abbiamo elementi per poter includere Castro nel Feudo dei Caetani divenuti in quest’epoca Signori di Fondi per aver Loffredo-Giordano Caetani sposato Giovanna «de Aquila», ultima erede di quel ducato: i Caetani possedevano Vallecorsa a questo titolo, ma avevano anche Ceccano, Supino,

Morolo…, il non trovare Castro tra questi crediamo dimostri come anche i detti Signori rispettassero il Carattere diCastellania della Chiesa riservato ad esso.

A distanza di pochi anni un altro Picalotti, a nome Riccardo, sarà nominato Castellano di Castro e ciò avverrà nel 1343: contemporaneamente alla castellania della Rocca è da ritenere che il territorio venisse concesso in feudo a persone che avevano ben meritato con la loro opera verso la Chiesa o ne erano venute in possesso con fortunati colpi di mano. Sappiamo che già nel 1300 i Castresi militarmente addestrati agli ordini dei Colonna compirono una spedizione punitiva, si direbbe oggi, contro il Castello di Trisulto distruggendolo totalmente: il motivo ce lo dice laconicamente il cronista dell’epoca: «ob malitiam inhabitantium in eo»! si vede che quei terrazzani avevano fatto il dop-

pio giuoco parteggiando troppo presto per i nemici dei Colonnesi momentaneamente in auge: anche in questi tempi con la rappresaglia — venivano dissuasi i tempisti…

Era normale per quei tempi, che pur si dicono cavallereschi, la brutale vendetta su cose e persone a scopo soprattutto deterrente, città piccole o grandi rase al suolo, opere d’arte — monumenti o documenti del passato — tutto era oggetto di indiscriminata distruzione, intere popolazioni ridotte a mucchi di cadaveri orrendamente mutilati e a sparuti gruppi di scampati al massacro che cercavano riparo presso popolazioni vicine: il quadro che a volte abbiamo sotto gli occhi ancora oggi non è diverso solo più raro, da quelli che ci hanno tramandato gli storici dalla Bibbia ai nostri contemporanei.

E’ sempre attuale, per quanto disonorevole, « l’homo homini lupus »; il cristianesimo, la democrazia o i principi umanitari, che, sotto un simbolo o un altro, vengono, spesso ipocritamente, predicati, forse hanno mitigato ma non certo soppiantato lo spirito di violenza e di vendetta apportatori di morte e lacrime, che tuttora affliggono il mondo.

Quale patrimonio abbiano annullato le guerre e le rivoluzioni, quali lutti ne siano derivati nei secoli è noto ma quale valido argine vi pongono gli uomini di governo, ai quali più che al volgo, la storia dovrebbe essere «magistra vitae»?

Ancora indiscriminati bombardamenti funestano il mondo, ancora si cavilla sulle armi «convenzionali» e non… Ancora oggi i «grandi» si ingrandiscono di più col commercio di esse e con l’esportazione di istruttori e di mercenari di ingrata memoria.

Ma non discostiamo il ricordo del passato… dal passato e vediamo come la nostra contrada e con essa Castro di Campagna avesse a soffrire per gli avvenimenti che periodicamente sconvolgevano il nostro ordinamento: non solo le lotte fra Chiesa e Impero erano apportatrici di sconvolgimenti, ma pure frequentemente le liti tra piccoli feudatari, ecclesiastici e laici, davano luogo a vere e proprie guerriglie nelle quali non erano previste limitazioni di colpi o reciproco rispetto.

Il sorgere ed il tramontare d’ogni astro del firmamento politico era accompagnato da radicali trasformazioni dell’ordine costituito e da materiali soppressioni di ordinamenti e persone. Così anche in occasione della nomina del pistoiese Giovanni di S. Teodoso a rettore di Marittima e Campagna le varie Terre di Campagna si trovarono divise in agguerrite fazioni che non badarono ad altro che ad imporre l’una all’altra la soluzione «guelfa» o «ghibellina» della contesa;  si schierarono per il Rettore: Ceprano, Castro, Pofi, Fumone… mentre gli altri paesi e Città con a capo Veroli, collegati contro di lui per il partito imperiale assalirono e misero a sacco e fuoco i territori e gli abitati di quelli. Si

era nell’anno 1333 che vide, essendo Pontefice il francese Giovanni XXII, altre lotte tra la città della regione sempre come riflesso delle due grandi fazioni in esse.

Tale nuovo stato di disordine durò per lungo tempo e solo durante il pontificato del beato Urbano V il nuovo Rettore Ugone potè con il consenso del Papa e l’indulto ai ribelli, restituire i rapporti normali tra i due schieramenti, come ci tramanda la prefazione degli statuti verolani.

Tratto da Castro dei Volsci Storia e Storie, F. Ambrosi

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